Giugno 2020 – La Città di Ottone

Libro Primo della Trilogia di Daevabad. Novità libraria in anteprima!

S.A. Chakraborty trasporta nelle pagine la sua passione per la storia e le credenze che fanno parte della sua fede. Ambienta City of Brass, che lei stessa con molta umiltà definisce una fanfiction storica, nel XVIII secolo. Leggendo subito ci tuffiamo nell’Egitto invaso da Francesi e Ottomani, al principio del colonialismo occidentale nel medio oriente. Il tema ricorrente è l’occupazione di una città, quella umana del Cairo, quella semidivina di Daevabas, e le conseguenze a breve e lungo termine di questa occupazione, descritte nel modo più realistico possibile. E cioè senza negarne alcune in favore di altre, tenendo conto delle generazioni che passano e degli incontri e scontri di culture diverse, di pregiudizi e discriminazioni, di scelte politiche e ribellioni civili.

S.A. Chakraborty

Come dichiarato in una intervista a Kirkus redatta da James McDonald, Shannon K. Chakraborty pianta i semi di City of Brass una decina di anni fa, quando, dopo essersi convertita all’Islam, vola dal New Jersey al Cairo per studiare, e lì per la prima volta ascolta storie di cerimonie usate per espellere un jinn che si sia impossessato di un uomo. La sua regola, una volta deciso di approfondire le ricerche per ciò che diventerà la Trilogia di Daevabad, è di non inserire nei suoi romanzi nulla di cui non avesse trovato traccia nei testi o nelle storie di quel paese. Cosa che personalmente, da studiosa e appassionata di storia, trovo davvero encomiabile.

Il desiderio che muove la penna di Chakraborty è quello di scrivere per la sua comunità, di dare rappresentazione ai ragazzi e alle ragazze, agli uomini e alle donne con cui ogni giorno collabora attraverso la sua Moschea, andando oltre il pregiudizio dei media occidentali.

Mi colpisce ciò che ha riferito in una seconda intervista: “I don’t think anyone can adequately represent two billion people and if someone did, it certainly wouldn’t be a white convert from New Jersey whose heritage land more Tony Soprano than Kamala Khan… I try to hold myself accountable to fellow Muslim first, and to showing respect and justice to a culture and history that I never forget isn’t mine despite how much I might enjoy it”

Il mondo della trilogia di Daevabad, complesso e affascinante, ha le sue radici nella cultura medio orientale ma si espande ben oltre i confini arabi. Uno sguardo alla mappa infatti ci indica i principali luoghi della trilogia, distribuiti nel Sahara, lungo il Nilo e poi a est dell’Eufrate, arrivando a toccare quindi anche Africa, odierno Pakistan, India e Cina.

anteprima della mappa nell’edizione italiana

Già dalle prime pagine dell’impeccabile traduzione italiana, che ho avuto il piacere di leggere in anteprima per Oscar Mondadori Vault e che troveremo in libreria da martedì 16 giugno, l’impressione è quella di una narrazione ricca e vibrante. Le descrizioni vivaci e dettagliate mi hanno fatto percepire con tutti e cinque i sensi l’atmosfera arabeggiante. Il vocabolario altresì contribuisce, non temendo di integrare parole straniere, che possono essere benissimo comprese dal contesto e meglio chiarite dal glossario alla fine. Anche se io rimango una sostenitrice delle note a piè pagina, che ritengo molto più funzionali a una lettura fluida e comoda. (Grazie di esistere Susanna Clarke).

Conosciamo Nahri, la protagonista. Una ragazza di circa vent’anni, sola e indipendente, resa scaltra dalle difficoltà della vita. Spacciandosi per guaritrice, truffa il prossimo per sopravvivere, consapevole delle ambiguità morali. E’curiosa e ambiziosa, ma anche molto pragmatica, e la sua lingua biforcuta mi ha strappato più di una risata, capace com’è di regalare momenti di assoluta ironia anche nelle situazioni piu tragiche.

Un lungo grido acuto sembrò lacerare l’aria. Non poteva tapparsi le orecchie, poteva soltanto pregare. “oh misericordioso” imploró. “Non permettere a quel mostro di mangiarmi”. Era sopravvissuta a un Ifrit che aveva posseduto un corpo umano, a gul famelici e a un daeva squilibrato. Non poteva finire nella gola di un piccione gigante

Alcune abilità molto peculiari di Nahri aprono al mistero sul suo passato e al suo legame con Daevabad, la città invisibile agli esseri umani in cui diverse tribù di daeva, jinn e shafit convivono in equilibrio precario, sull’orlo del prossimo sanguinario conflitto. Alcuni lettori potrebbero trovare questi jinn troppo umani, ma negli archi mitologici raramente eroi, divinità e semi divinità si sono mai mostrati al di sopra dei sentimenti e delle emozioni umane. Anzi, forse ció che li caratterizza è proprio l’incapacità di vivere queste emozioni con equilibrio, vere e proprie vittime del caos, dei tranelli, delle vendette e dei rancori, delle passioni e degli amori.

Nahri si dimostra talvolta impulsiva, ma più spesso opera in lucida diffidenza, specie quando si trova catapultata in un mondo che non conosce. È ben cosciente dei suoi limiti e della necessità di istruirsi non solo per essere all’altezza delle sue ambizioni, ma soprattutto per sopravvivere nel mezzo degli intrighi di palazzo cui suo malgrado viene data in pasto. In questo senso, i molteplici confronti con Nisreen, specie quello finale, sono tra le mie scene preferite.

Il suo legame con Dara, il daeva che ha invocato per errore, è uno dei fulcri del romanzo e presumo dell’intera trilogia. In lui riconosciamo il guerriero feroce e impietoso, un terribile nemico e un caparbio alleato con cui simpatizzare ma anche da temere. Al di la di come si evolve il loro rapporto nel corso della storia, unico punto che ho trovato prevedibile e forse anche troppo affrettato, mi piace il fatto che Dara per Nahri sia una sorta di Virgilio, una guida per scoprire la Città di Ottone e ciò che circonda le sue mura.

fan art di Marek Vosswinkel, Twitter: @DonkeySpittle

Quel che Dara non può o non vuole dire lo scopriamo attraverso un altro punto di vista, quello del principe Alizayd, incasinato, fin troppo ferreo nei suoi principi, ma anche sensibile e accorto.

Situazioni e personaggi sono ritratti in continuo chiaroscuro, un gioco di luci e ombre che cambia la percezione, ribalta i giudizi, aggiunge profondità senza mai cadere in facili dicotomie. Non ci sono buoni e cattivi, ci sono persone a tutto tondo, come Re Ghassan e i figli Muntadhir e Zaynab, per non dire del Visir Kaveh e dello sceicco Anas, che pensano e agiscono in un’incredibile gamma di grigi. In questo senso, alcune espressioni, gesti e stralci di dialogo rivelatori mi sono rimasti particolarmente impressi.

La Città di Ottone, a mio parere, non è un romanzo esente da imperfezioni:  le descrizioni di abiti, oggetti e monili, pur aiutando il lettore a immaginare un contesto lontano nel tempo e nello spazio e a farsi un’idea delle differenze e delle similitudini culturali e sociali della moltitudine di personaggi, rischiano in qualche passaggio di sommergerlo inutilmente di dettagli. Inoltre, non sono una fan dei triangoli amorosi e purtroppo ne intravedo uno all’orizzonte. Nonostante questo, la lettura è stata davvero piacevole e credo sia un ottimo romanzo d’esordio, ed una meravigliosa introduzione al mondo immaginato, o ancor meglio studiato, dalla sua autrice. Il richiamo più facile e immediato è ad Aladdin e alle Mille e Una Notte, ma io in queste 528 pagine ci ho visto molto di più.

Charles Folkard, 1913, una scena da Arabian Nights, del racconto Il Genio e il Pescatore.

S.A. Chakraborty è stata capace di dipingere personalità sfaccettate, di giocare con l’ambiguità insita nell’animo umano,  affondando i denti nella storia politica e nell’humus mitologico popolato da ogni sorta di creatura, (djinn, ghoul, ifrit, marid, peri, shedu…).

La narrazione scorre fluida e ritmata, senza troppe sbavature. Presto ci si trova a girare le pagine in uno stato di perenne anticipazione, perché lo scontro di spade ardenti, l’apparizione di mostri, lo svelamento di tradimenti o segreti potrebbero verificarsi nella prossima scena… Il finale arriva come uno schianto tremendo, ma non del tutto imprevisto, e ci lascia appesi a un piccolo ghigno* e a una rivelazione entusiasmante, col desiderio di leggere subito The Kingdom of Copper.

Leggere La Città di Ottone è stato come srotolare un tappeto, perdersi a osservare un singolo filo d’ordito e accorgersi solo in un secondo momento della straordinaria bellezza e complessità della trama. E poi, all’improvviso, prendere il volo verso una destinazione ancora ignota, sicuramente incantata.

**** 4,5 stelle

Un tuffo in Nigeria

Il mio febbraio è volato tra le pagine bagnate di Nnedi Okorafor e quelle insanguinate di Tomi Adeyemi, alla scoperta di una Nigeria spaziale, magica, affascinante, pericolosa e sempre emozionante.

Nnedi Okorafor – TED TALK

“Laguna”, (che ho recensito per Lovingbooks e per la rivista interscolastica di Treviso “La Salamandra”), è un romanzo di fantascienza che si inquadra nell’afrofuturismo. Non privo di difetti, ha però il merito secondo me di affascinare il lettore con le sue visioni e di porre importanti domande. E’ una storia che ha a cuore l’ambiente, l’educazione al di sopra di superstizioni e fanatismi, i diritti umani. Tenta di immaginare un futuro diverso per le nostre società, e per farlo, innesca un’invasione aliena al largo di Lagos. Personalmente ho adorato la fisicità di Udide, di Ijele e della Collezionista di Ossa, che mi hanno ricordato un po’ alla lontana le reincarnazioni formidabili di American Gods. La varietà dei punti di vista, sia umani che animali, è un altro punto di forza. Trovarsi a percepire una scena con i sensi di un pipistrello, di un pesce spada o di una tarantola è un’esperienza di lettura che ripeterei volentieri!

Ho già speso molte parole per “Laguna” e per la splendida Nnedi Okorafor, autrice anche del premiato “Chi Teme la Morte”, e che ritroverete su questi schermi con un mio commento per Binti, ma vi consiglio di entrare in contatto con Ayodele, Agu, Adaora ed Anthony: le loro storie e la loro città potrebbero sorprendervi.

E’ quindi tempo di conoscere meglio Tomi Adeyemi, che a soli 24 anni si è guadagnata il primo posto nella classifica dei bestseller per giovani adulti del New York Times e un’intervista al Tonight Show, ospite di Jimmy Fallon.

Tomi Adeyemi

Lagos è ricomparsa sulla mappa di Orisha in “Figli di Sangue e Ossa”, ma questa volta come città completamente trasformata. Condivide però un punto fondamentale con “Laguna”, che è l’incorporazione della mitologia africana. L’autrice ha immaginato un mondo fantastico in cui parte della popolazione ha perso la propria magia, la connessione con gli antichi dei, e vive in schiavitù e segregazione sotto il governo di un sovrano corrotto dall’odio e dalla vendetta. Un riferimento all’attuale situazione statunitense, che ci riporta a The Hate U Give di Angie Thomas: lo scopo più alto di questo romanzo è risvegliare empatia e sete di giustizia.

Zèlie, Amari, Tzain e Inan mi hanno commosso più e più volte durante la lettura. “Figli di Sangue e Ossa” non si è lasciato posare, mi ha stregata, ha stimolato la mia immaginazione come non accadeva da tempo. La storia segue alla lettera la ricetta del perfetto bestseller, perciò non mi stupisce il suo successo e neppure il suo futuro cinematografico: il livello di tensione e la posta in gioco si alzano a ogni capitolo, la caratterizzazione è tale che anche personaggi secondari come Mama Agba, re Asan, sua moglie, la piccola Zu o Roën restano scolpiti nella memoria e hanno innescato in me una curiosità tremenda. L’ambientazione è dinamica e vivace, quanto realistica: si passa da un villaggio di pescatori a un palazzo reale, dalla giungla al deserto, da un’arena sanguinosa a un tempio antico. Non ho mai avuto la sensazione di vedere un bel quadro, ero totalmente immersa nella storia. Vogliamo parlare delle leonere e delle ghepardere delle nevi? Cavalcature mitiche e animali da guerra, ed è subito Narnia…

Ho amato più di ogni altra cosa la percezione della magia, il suo funzionamento e il legame profondo con la mitologia africana, presente non solo nelle esternazioni di potere dei personaggi, nella lingua yoruba usata per le invocazioni, nelle nomenclature dei Clan, ma anche, a un livello meno evidente per un lettore non consapevole, nel ruolo che in questa storia ricoprono gli antenati e le coppie di fratelli. Zelì e Tzain, Amari e Inan non sono gemelli, ma sicuramente hanno carattere di dualità, sono il sole e la luna, si scontrano continuamente e si riuniscono in eterna tensione.

Il finale mi ha soddisfatto ed entusiasmato, lasciandomi con un grosso punto di domanda, e con un’aspettativa pazzesca per quello che sarà il seguito di questa trilogia. Inutile dire che ve ne consiglio vivamente la lettura!