Giugno 2020 – La Città di Ottone

Libro Primo della Trilogia di Daevabad. Novità libraria in anteprima!

S.A. Chakraborty trasporta nelle pagine la sua passione per la storia e le credenze che fanno parte della sua fede. Ambienta City of Brass, che lei stessa con molta umiltà definisce una fanfiction storica, nel XVIII secolo. Leggendo subito ci tuffiamo nell’Egitto invaso da Francesi e Ottomani, al principio del colonialismo occidentale nel medio oriente. Il tema ricorrente è l’occupazione di una città, quella umana del Cairo, quella semidivina di Daevabas, e le conseguenze a breve e lungo termine di questa occupazione, descritte nel modo più realistico possibile. E cioè senza negarne alcune in favore di altre, tenendo conto delle generazioni che passano e degli incontri e scontri di culture diverse, di pregiudizi e discriminazioni, di scelte politiche e ribellioni civili.

S.A. Chakraborty

Come dichiarato in una intervista a Kirkus redatta da James McDonald, Shannon K. Chakraborty pianta i semi di City of Brass una decina di anni fa, quando, dopo essersi convertita all’Islam, vola dal New Jersey al Cairo per studiare, e lì per la prima volta ascolta storie di cerimonie usate per espellere un jinn che si sia impossessato di un uomo. La sua regola, una volta deciso di approfondire le ricerche per ciò che diventerà la Trilogia di Daevabad, è di non inserire nei suoi romanzi nulla di cui non avesse trovato traccia nei testi o nelle storie di quel paese. Cosa che personalmente, da studiosa e appassionata di storia, trovo davvero encomiabile.

Il desiderio che muove la penna di Chakraborty è quello di scrivere per la sua comunità, di dare rappresentazione ai ragazzi e alle ragazze, agli uomini e alle donne con cui ogni giorno collabora attraverso la sua Moschea, andando oltre il pregiudizio dei media occidentali.

Mi colpisce ciò che ha riferito in una seconda intervista: “I don’t think anyone can adequately represent two billion people and if someone did, it certainly wouldn’t be a white convert from New Jersey whose heritage land more Tony Soprano than Kamala Khan… I try to hold myself accountable to fellow Muslim first, and to showing respect and justice to a culture and history that I never forget isn’t mine despite how much I might enjoy it”

Il mondo della trilogia di Daevabad, complesso e affascinante, ha le sue radici nella cultura medio orientale ma si espande ben oltre i confini arabi. Uno sguardo alla mappa infatti ci indica i principali luoghi della trilogia, distribuiti nel Sahara, lungo il Nilo e poi a est dell’Eufrate, arrivando a toccare quindi anche Africa, odierno Pakistan, India e Cina.

anteprima della mappa nell’edizione italiana

Già dalle prime pagine dell’impeccabile traduzione italiana, che ho avuto il piacere di leggere in anteprima per Oscar Mondadori Vault e che troveremo in libreria da martedì 16 giugno, l’impressione è quella di una narrazione ricca e vibrante. Le descrizioni vivaci e dettagliate mi hanno fatto percepire con tutti e cinque i sensi l’atmosfera arabeggiante. Il vocabolario altresì contribuisce, non temendo di integrare parole straniere, che possono essere benissimo comprese dal contesto e meglio chiarite dal glossario alla fine. Anche se io rimango una sostenitrice delle note a piè pagina, che ritengo molto più funzionali a una lettura fluida e comoda. (Grazie di esistere Susanna Clarke).

Conosciamo Nahri, la protagonista. Una ragazza di circa vent’anni, sola e indipendente, resa scaltra dalle difficoltà della vita. Spacciandosi per guaritrice, truffa il prossimo per sopravvivere, consapevole delle ambiguità morali. E’curiosa e ambiziosa, ma anche molto pragmatica, e la sua lingua biforcuta mi ha strappato più di una risata, capace com’è di regalare momenti di assoluta ironia anche nelle situazioni piu tragiche.

Un lungo grido acuto sembrò lacerare l’aria. Non poteva tapparsi le orecchie, poteva soltanto pregare. “oh misericordioso” imploró. “Non permettere a quel mostro di mangiarmi”. Era sopravvissuta a un Ifrit che aveva posseduto un corpo umano, a gul famelici e a un daeva squilibrato. Non poteva finire nella gola di un piccione gigante

Alcune abilità molto peculiari di Nahri aprono al mistero sul suo passato e al suo legame con Daevabad, la città invisibile agli esseri umani in cui diverse tribù di daeva, jinn e shafit convivono in equilibrio precario, sull’orlo del prossimo sanguinario conflitto. Alcuni lettori potrebbero trovare questi jinn troppo umani, ma negli archi mitologici raramente eroi, divinità e semi divinità si sono mai mostrati al di sopra dei sentimenti e delle emozioni umane. Anzi, forse ció che li caratterizza è proprio l’incapacità di vivere queste emozioni con equilibrio, vere e proprie vittime del caos, dei tranelli, delle vendette e dei rancori, delle passioni e degli amori.

Nahri si dimostra talvolta impulsiva, ma più spesso opera in lucida diffidenza, specie quando si trova catapultata in un mondo che non conosce. È ben cosciente dei suoi limiti e della necessità di istruirsi non solo per essere all’altezza delle sue ambizioni, ma soprattutto per sopravvivere nel mezzo degli intrighi di palazzo cui suo malgrado viene data in pasto. In questo senso, i molteplici confronti con Nisreen, specie quello finale, sono tra le mie scene preferite.

Il suo legame con Dara, il daeva che ha invocato per errore, è uno dei fulcri del romanzo e presumo dell’intera trilogia. In lui riconosciamo il guerriero feroce e impietoso, un terribile nemico e un caparbio alleato con cui simpatizzare ma anche da temere. Al di la di come si evolve il loro rapporto nel corso della storia, unico punto che ho trovato prevedibile e forse anche troppo affrettato, mi piace il fatto che Dara per Nahri sia una sorta di Virgilio, una guida per scoprire la Città di Ottone e ciò che circonda le sue mura.

fan art di Marek Vosswinkel, Twitter: @DonkeySpittle

Quel che Dara non può o non vuole dire lo scopriamo attraverso un altro punto di vista, quello del principe Alizayd, incasinato, fin troppo ferreo nei suoi principi, ma anche sensibile e accorto.

Situazioni e personaggi sono ritratti in continuo chiaroscuro, un gioco di luci e ombre che cambia la percezione, ribalta i giudizi, aggiunge profondità senza mai cadere in facili dicotomie. Non ci sono buoni e cattivi, ci sono persone a tutto tondo, come Re Ghassan e i figli Muntadhir e Zaynab, per non dire del Visir Kaveh e dello sceicco Anas, che pensano e agiscono in un’incredibile gamma di grigi. In questo senso, alcune espressioni, gesti e stralci di dialogo rivelatori mi sono rimasti particolarmente impressi.

La Città di Ottone, a mio parere, non è un romanzo esente da imperfezioni:  le descrizioni di abiti, oggetti e monili, pur aiutando il lettore a immaginare un contesto lontano nel tempo e nello spazio e a farsi un’idea delle differenze e delle similitudini culturali e sociali della moltitudine di personaggi, rischiano in qualche passaggio di sommergerlo inutilmente di dettagli. Inoltre, non sono una fan dei triangoli amorosi e purtroppo ne intravedo uno all’orizzonte. Nonostante questo, la lettura è stata davvero piacevole e credo sia un ottimo romanzo d’esordio, ed una meravigliosa introduzione al mondo immaginato, o ancor meglio studiato, dalla sua autrice. Il richiamo più facile e immediato è ad Aladdin e alle Mille e Una Notte, ma io in queste 528 pagine ci ho visto molto di più.

Charles Folkard, 1913, una scena da Arabian Nights, del racconto Il Genio e il Pescatore.

S.A. Chakraborty è stata capace di dipingere personalità sfaccettate, di giocare con l’ambiguità insita nell’animo umano,  affondando i denti nella storia politica e nell’humus mitologico popolato da ogni sorta di creatura, (djinn, ghoul, ifrit, marid, peri, shedu…).

La narrazione scorre fluida e ritmata, senza troppe sbavature. Presto ci si trova a girare le pagine in uno stato di perenne anticipazione, perché lo scontro di spade ardenti, l’apparizione di mostri, lo svelamento di tradimenti o segreti potrebbero verificarsi nella prossima scena… Il finale arriva come uno schianto tremendo, ma non del tutto imprevisto, e ci lascia appesi a un piccolo ghigno* e a una rivelazione entusiasmante, col desiderio di leggere subito The Kingdom of Copper.

Leggere La Città di Ottone è stato come srotolare un tappeto, perdersi a osservare un singolo filo d’ordito e accorgersi solo in un secondo momento della straordinaria bellezza e complessità della trama. E poi, all’improvviso, prendere il volo verso una destinazione ancora ignota, sicuramente incantata.

**** 4,5 stelle

La Quinta Stagione

N.K. Jemisin

Orbit Books, 2015

Mondadori, 2019 / Oscar Fantastica

490 pagine

La Quinta Stagione è il primo volume della trilogia de La Terra Spezzata. La storia, che riprende e mescola in modo brillante elementi fantastici e fantascientifici, è ambientata in un mondo che sembra essere ridotto all’Immoto, (un unico continente simile alla nostra Pangea), che vive catastrofi ambientali croniche, le cosiddette “quinte stagioni“. Imperi, regni, intere civiltà per millenni sono stati distrutti e ricreati in conseguenza di queste apocalissi climatiche e l’unico strumento utile alla sopravvivenza sembra essere la litodottrina, una serie di leggi scritte in antichità. Il libro si apre per l’appunto con la fine del mondo, ovvero la genesi di una Quinta Stagione. E con Essun Resistente Tirimo, straordinaria protagonista, insegnante, moglie e madre di due figli. Essun, che torna a casa e trova il figlioletto morto e che capisce subito chi è il responsabile e cosa ha scatenato la furia omicida…

Spiegare una trilogia come La Terra Spezzata non è semplice. L’universo costruito dalla Jemisin è vibrante e complesso, fatto di curiose tecnologie, etnie, lingue e Storie, di creature mai viste prima come i mangiapietra e di uomini e donne che vivono una condizione di schiavitù e perenne discriminazione a causa della loro orogenia, la capacità biologica di sensire la terra. Per non parlare degli strani Obelischi che, un po’ come satelliti, gravitano nel cielo, ormai da tutti reputati inutili reperti di una civiltà perduta…

In questo mondo complesso e stravolto comincia il viaggio di Essun, che non cerca la mera sopravvivenza, ma la vendetta. Al lettore non viene risparmiato nulla: il dolore e la crudezza di certe scene, fin dal primo capitolo, fanno ben intendere che questa storia non sarà una passeggiata nei boschi. Non sembra esserci spazio per empatia, dolcezza e sensibilità in una Quinta Stagione, vive solo chi adotta un feroce pragmatismo, chi sa rendersi utile e chi si adatta rapidamente. Quello che mi ha colpito di Essun è che ciò che ha subito ha certamente indurito la sua scorza, ma non al punto da renderla vittima del suo cinismo. E’ tagliente e rozza come una lama spuntata, ma mai priva di cuore, di curiosità o di passione.

Non solo Essun. Conosciamo Damaya, una bambina la cui orogenia è stata appena scoperta, con conseguenze potenzialmente tragiche, e Syenite, una orogena cui viene affidata una missione che non le va proprio a genio… Tre nomi, Essun, Damaya e Syenite, tre voci apparentemente slegate e diversissime tra loro, tre persone legate da un unico destino, un mirabile intreccio di eventi che alla fine del libro lascia il lettore senza fiato per la sorpresa.

La Quinta Stagione ci mette sul cammino di tantissimi altri personaggi incredibilmente affascinanti, come il folle e potentissimo Alabaster, l’ambiguo Custode Schaffa e il piccolo trovatello Hoa. La caratterizzazione è un punto di forza del libro, insieme alla cura dei dettagli che si insinua nei dialoghi e nelle descrizioni senza mai cedere all’infodump. La narrazione scorre con un ritmo tale che viene difficile interrompere la lettura: non c’è un capitolo, uno solo, che sia anche solo vagamente noioso, in tutti succede qualcosa di importante, di strategico o sconvolgente. Sono rimasta appesa alle parole dell’autrice dalla prima riga all’ultima.

Un altro elemento che mi ha fatto amare la storia è il modo in cui i personaggi de La Terra Spezzata vivono la sessualità e vanno oltre gli stereotipi, e il modo in cui l’autrice ne scrive, senza fronzoli, veli o paure, come strumento per dare profondità e colore al personaggio e non per irretire il lettore, riuscendo a toccare dignitosamente temi davvero importanti.

La discriminazione razziale, la salvaguardia dell’ambiente dallo sfruttamento senza freni e senza ragione, il diritto alla libertà individuale… varie e attuali sono le riflessioni suscitate da La Quinta Stagione, affidate a una capacità narrativa e ad uno stile superbi, capace di offrire un punto di vista in seconda persona che da subito mi è entrato nel cuore e che pure si è rivelato sorprendente.

In conclusione ritengo La Quinta Stagione di Nora K. Jemisin un romanzo potente, affascinante, che supera i confini del genere letterario. Mi ha conquistata dopo poche pagine, surclassando ogni mia aspettativa.

5/5 stelle, entra di diritto tra i libri più amati… Non di questo 2020, ma in assoluto.

***disponibile anche la recensione de Il Portale degli Obelischi, secondo volume della trilogia da oggi in libreria!***

Il Portale degli Obelischi

Il secondo libro della trilogia La Terra Spezzata, di N. K. Jemisin, è finalmente in libreria!

Mondadori, 2020

Oscar Fantastica

444 pagine

Ho amato profondamente La Quinta Stagione, e quindi ringrazio Oscar Mondadori Vault per avermi dato l’opportunità di leggere Il Portale degli Obelischi in anteprima, fugando ogni dubbio e confermando le mie aspettative e le mie speranze per questo seguito tanto atteso.

Essun si mantiene una protagonista eccezionale, capace di farmi esultare e disperare con e per lei. Una figura di spessore, una donna bastonata dalla vita che non si limita a lottare per la propria sopravvivenza, ma per il bene di tutti. Una madre aggravata dal lutto, indurita dalle circostanze, ma non priva di empatia. Ferrea nel suo pragmatismo, ma pronta ad aprire i confini del suo sapere, perché sa che da questo dipende la sua libertà, conquistata a caro prezzo.

Se ne La Quinta Stagione arriviamo a conoscere praticamente tutta la sua vita, i suoi affetti e i suoi nemici, e a capire meccanismi e dottrine che regolano un’ambientazione tanto drammatica com’è quella dell’Immoto, tra plot twist insuperabili e scene da panico, ne Il Portale degli Obelischi gli eventi che la riguardano si susseguono senza sosta, un terremoto dopo l’altro. Essun è stata spezzata più e più volte proprio come la terra in cui vive, sconquassata da vulcani e ricoperta di cenere, ma a ogni brutta caduta oppone la forza della disperazione, il coraggio della ribellione contro ogni forma di discriminazione e la capacità di dimostrarsi feroce al momento giusto durante una Stagione che non perdona sensibilità e dolcezza, senza però mai cedere all’insensata crudeltà.

Insieme a lei ritroviamo personaggi che abbiamo amato e odiato, e che credevamo perduti. ***commento spoiler a fondo pagina*** Conosciamo Nassun, la figlia “rapita”, e incontriamo altre figure sorprendenti in quel di Castrima, Orogeni e Immoti, ma non solo… Finalmente tanti quesiti su Hoa e sui mangiapietra, sull’orogenia e sugli Obelischi stessi trovano risposta.

Incredibile ma vero, la Jemisin riesce ad alzare ancora di più la posta in gioco. Il viaggio di ricerca per ritrovare la figlia scomparsa e vendicare il figlio ucciso si trasforma in una missione per salvare Castrima, la com che l’ha accolta, e quello che rappresenta da un mondo in rotta di collisione.

Il Portale degli Obelischi è una lectio magistralis sul ritmo e la tensione narrativa.

La coerenza delle leggi scientifiche e magiche che governano l’Immoto e l’Orogenia, così come la costruzione di una Storia così ricca e densa di contraddizioni e proprio per questo realistica, la cura del linguaggio e dell’aspetto etnico e culturale: tutte queste caratteristiche, che avevano reso La Quinta Stagione un libro rilevante nel panorama letterario internazionale, non mancano di incantare e anzi sono ampliate e maggiormente dettagliate in questo secondo volume.

Il Portale degli Obelischi è uno di quei libri che avrei potuto divorare in pochi bocconi, tanto è scorrevole, ma che mi sono obbligata a leggere poco alla volta, soffermandomi quando necessario e godendo scena dopo scena, desiderando che finisse il più tardi possibile. Non mi piace attribuire freddi numeri ai romanzi che leggo, ma anche qui sono cinque stelle garantite.

Ora non vedo l’ora che esca la traduzione di The Stone Sky e di scoprire chi riconquisterà la Luna e cosa ne sarà degli abitanti dell’Immoto, e come si risolverà l’inevitabile incontro (o scontro?) tra madre e figlia e cosa ne sarà del rapporto tra Essun e Hoa, reso ancora più ambiguo e complicato dalle ultime pagine del Portale…

**SPOILER ALERT**

**SPOILER ALERT: le metamorfosi di Alabaster e Schaffa sono tra le sorprese più gradite del libro, e il legame che si stabilisce tra Schaffa e Nassun, altrettanto inaspettato, potenzialmente disastroso ma gestito fin qui divinamente.***

Commenti a caldo – Pigiama Computer Biscotti

Bao Publishing, 2019 – prima tiratura in 184 pagine b/n
Era da un po’ di tempo che volevo leggerlo, così non ho resistito quando ho avuto la fortuna di beccare l’offertona, acquistandolo in Kindle Edition per la cifra irrisoria di due caffè al bar. Ieri sera finalmente ho letto questa narrazione biografica a fumetti di Alberto Madrigal, che mi ha donato conforto e ispirazione. Per molti versi tocca nel profondo dei temi che mi parlano da vicino e lo fa con elegante tenerezza. Angosce e insicurezze dell’artista, dello scrittore, del partner e del padre, ma anche del ragazzo che diventa uomo, in un insieme dalle delicate inquadrature che a partire dal singolo dettaglio riescono a dipanare una storia privata, famigliare e allo stesso tempo universale. Per quanto riguarda lo stile di disegno, mi piace perché mi ricorda quello di un taccuino da viaggio, uno sketchbook dalle linee leggere ma ben definite, con sfumature e ombre acquerellate. Mi piacciono le tavole in bianco e nero ma se pubblicassero un’edizione tutta a colori penso che correrei ad acquistarla cartacea. Del resto, le colorazioni di Madrigal sono sempre spettacolari, guardate la copertina di questa graphic novel, e guardate anche quella realizzata per Zerocalcare… (A proposito di Calcà… ma quanto m’ha fatto sorridere vederlo comparire come personaggio tra le prime pagine di Pigiama Computer e Biscotti!? Una cifra!)

Una pagina da “Pigiama Computer e Biscotti” di Alberto Madrigal. Notate Zerocalcare nelle vignette inferiori

Voglio fare un appunto finale sulla modalità di lettura di questa edizione: al momento dell’acquisto ero dubbiosa, perché non ho mai letto un fumetto di questo genere in ebook*.
Pensavo che sarebbe stata una faccenda fastidiosamente ardua, invece mi ha sorpreso parecchio in positivo: la lettura guidata nell’App Kindle amplia automaticamente la singola vignetta e basta scrollare a destra per mantenere questa pratica modalità, che consente di non perdere nemmeno un dettaglio.
Ora non mi resta che ringraziare Alberto Madrigal per avermi ispirata a tal punto che a fine lettura ho alzato il culo dal letto e sono corsa a scrivere una scena del romanzo che mi tormenta da cinque anni ormai. Con la speranza di finirlo entro il 2020…

*Le scan dei manga sono un altro discorso e appartengono a un passato adolescenziale che nasconderemo abilmente sotto il tappeto, coff coff.

Dello stesso autore:

Marzo 2020 – Stoner

  • 332 pagine
  • Fazi Editore, 2012
  • Vintage Classic, 2003
  • Viking Press, 1965
  • dello stesso autore: Augustus, Butcher’s Crossing, Nulla, solo la notte

Nell’introduzione redatta da John Mcgahern nel 2002 per questo romanzo, lo scrittore irlandese fa riferimento due volte a un materiale di base non promettente, la storia di un’esistenza che ad occhi esterni parrebbe piatta e desolata. Quasi con meraviglia espone la grandezza insita nelle pagine di John Williams, evidenziando il fatto che da una vita così semplice e comune, quella di un insegnante universitario ostacolato nella sua carriera e di un marito impotente di fronte ai capricci e alle angherie di una donna che non ama più, l’autore sia riuscito a tirar fuori il dramma, il pathos che spetta alle grandi vicende. Forse non è altro che il miracolo stesso della letteratura, dell’ottima letteratura, saper trasformare la vita più comune in uno spettacolo, ma vi trarrei in inganno se vi dicessi che “Stoner” è solo un buon romanzo. Del resto, un bravo autore non dovrebbe mai mentire nel suo incipit, attenendosi fedelmente alla promessa fatta nelle prime righe.

William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della Prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato di ricerca e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido.”

Ma, anche se non c’è ombra di menzogna nello scoraggiante inizio di Stoner, l’autore incontrovertibilmente sembra divertirsi a smontarlo pezzo per pezzo nel corso del romanzo, rivoltandolo come un calzino, mostrando che dietro il tessuto liso e ingrigito c’era manco a dirlo, colorata lana d’alpaca! “Stoner” di John Williams è una lode alla vita di ogni giorno, all’esistenza e al passare ineluttabile del tempo che pian piano ci divora. E anche un elogio alla cultura, alla scuola, al mondo universitario che come professore l’autore ha frequentato per trent’anni della sua carriera. Non da ultimo, è una storia d’amore.

“Bill” Stoner è una creatura di terra, ha le mani di un lavoratore che sa che dai suoi sforzi dipenderà la quantità di cibo sulla tavola. Il carattere stoico, che ben si sposa all’espressione apatica, lo seguirà all’università e ne rimarrà parte integrante anche dopo aver sostituito gli strumenti dell’agricoltore con quelli del letterato. Già questo suo modo di condursi lo rende un eroe, un tipo di eroe che non possiamo non amare, perché lo riconosciamo in parte quando ci guardiamo allo specchio. E l’eroe che trova una ragione di alzarsi al mattino e di combattere, con gli strumenti che ha a disposizione, le battaglie che sceglie di affrontare e quelle in cui si trova trascinato suo malgrado, ed è l’eroe che decide di rialzarsi dopo essere inciampato in un ostacolo non previsto. A volte sembra che Stoner si faccia guidare dagli altri con languido sopore, un peso inerte nella corrente, ma quando più conta emerge con vigore sulla carta un protagonista eccellente, capace di sorprendere e di sorprenderci per la forza della sua passione e delle sue prese di posizione e per la capacità di radicarsi in esse nonostante il pericolo. Stoner è la biografia romanzata di un personaggio non banalmente dipinto, ma scolpito con tremenda precisione, con intensità tale da avere l’impressione, una volta chiuso il libro, di aver conosciuto quest’uomo in ogni suo spigolo, e di averlo compreso meglio di quanto potremmo mai comprendere noi stessi.

Non da meno, i personaggi che lo attorniano sono anime complesse, ricche e vivaci, a partire dal professor Archer Sloane agli amici e colleghi Dave Masters e Gordon Finch, dalla moglie-avversaria Edith al vero amore Katherine Driscoll, dalla figlia Grace l’acerrimo nemico Lomax… Tutti loro concorrono a costruire un articolato palcoscenico, e in questo palcoscenico, mentre la vita avanza lineare e inesorabile, William Stoner tenta di salvaguardare la grammatica delle emozioni tra gli sconquassi di due guerre mondiali, in una lotta continua tra bestialità e umanità, tra ignoranza e cultura.

Stoner di John Williams è, in una parola, un capolavoro. Ci narra l’introspezione, i valori, la gravità del ragazzo che diventa uomo e dell’uomo che invecchia, dell’uomo che ama, che soffre e che lotta, con gli altri e con sé stesso, fino a percepire di essere molto più del suo apparente fallimento.

Febbraio 2020 – 3300 Secondi

3300 secondi, un’ora di scuola e quattro ragazzi apparentemente soli ad affrontare le loro vicissitudini, che si sfiorano senza mai davvero toccarsi. Questi gli ingredienti del libricino di Fred Paronuzzi, pubblicato nel 2016 da Camelozampa.

92 pagine che si lasciano divorare con estrema facilità, anche grazie al particolare font Easy Reading, ma che non è altrettanto facile dimenticare. 

Quattro punti di vista si alternano narrando ognuno la propria storia, quattro voci che ci catturano immediatamente e che a tradimento commuovono e ci mettono di fronte a temi duri quanto complessi. Conosciamo Lea, che si è dichiarata a Julie la sera prima e ora subisce qualcosa di peggio del rifiuto, l’indifferenza. E Ileys, davvero a suo agio solo quando può indossare gli abiti di un altro personaggio sul palcoscenico, che rivive le difficoltà del suo essere diverso, migrante che mastica una lingua non sua, studente bravo ma taciturno, mai davvero parte del gruppo. 

Poi Océane, che distrutta da un terribile evento decide di bussare alla porta dell’unica persona di cui si fidi, a scuola, e di confidarle il suo cuore violato, con le lacrime agli occhi. 

C’è chi pensa di essere al di fuori della portata di qualsiasi mano tesa. È questo il caso di Clément, che si trascina come un fantasma da una lezione all’altra, da casa a scuola, pensando che vivere senza sua sorella ormai non sia davvero più vita, ma solo una prigione soffocante. 

Il formato di 3300 secondi, “La ou je vais” in lingua originale, è tale che basterebbe la tasca di un cappotto per contenerlo comodamente, una mezz’oretta di lettura per esaurirlo e richiuderlo. Eppure il contenuto riesce a trasmettere in poche righe tutto un universo di vite vissute, la sofferenza dei quattro protagonisti e la loro sorpresa nel trovare qualcuno disposto ad ascoltare davvero, a posare una mano sulla spalla per offrire conforto, amore o semplicemente un consiglio inaspettato, la spinta verso un futuro ricco di speranze e promesse. A colpire è l’alto grado di realismo, che si rispecchia nel linguaggio fresco e vero della narrazione, in quello dei dialoghi e dei pensieri. Interessante anche l’affresco di adulti con cui i quattro ragazzi protagonisti e i loro compagni si devono confrontare: alcuni freddi e distanti, appaiono troppo frustrati ed esausti per riconoscere la difficoltà e la sofferenza negli occhi e nella voce dei loro studenti; altri sono ben più percettivi ma mancano della volontà necessaria ad andare oltre la loro divisa; infine quelli che più ci impressionano positivamente, sono proprio quelli che sanno ascoltare e guardare, che empatizzano e che ci tengono al punto da sapere quando è il momento di superare la scrivania e sedersi sulla sedia lì accanto, a portata di abbraccio. 

Fred Paronuzzi ha tessuto insieme quattro storie che sono una storia sola, ricordando ai suoi lettori l’importanza di esserci per gli altri, del prestare attenzione al dolore nascosto dietro certi sguardi vuoti e labbra chiuse, e donandoci la speranza di un incontro che sappia illuminare con le parole più giuste i nostri momenti di buio. 

3300 secondi è certamente un piccolo ma grande tesoro.

Recensione pubblicata nel n.77 de La Salamandra, rivista interscolastica e universitaria di Treviso

Mentre noi restiamo qui

Questo libro è un esperimento folle e divertente. Sullo sfondo di una piccola cittadina di una provincia americana sperduta tra i boschi, Patrick Ness si prende gioco, in modo bonario sia chiaro, degli stereotipi e dei cliché comuni della narrativa Giovani Adulti (YA), in particolar modo di quel filone fantasy/sci- fi/ romance che comprende Twilight, Hunger Games e simili. Ogni capitolo inizia con un paragrafo introduttivo che fa eco ai classici per ragazzi di metà ottocento e che ci riassume di volta in volta il susseguirsi delle avventure, delle tragedie e degli amori che coinvolgono i Prescelti, unici eletti per la salvezza del mondo contro il soprannaturale. 

“Eh, gli indie. Immagino ne abbiate anche voi, nelle vostre scuole. Quella cricca con i capelli perfettini da nerd e i vestiti presi nei negozi di roba usata e nomi anni Cinquanta. Gentili, mai cattivi, ma poi sempre destinati a diventare Prescelti quando arrivano i vampiri…” (p.19)

L’effetto straniante è dovuto al fatto che questo riassunto introduttivo è una mezza bugia: non racconta al lettore ciò che accadrà nel capitolo ai veri protagonisti, ma ci dice ciò che avviene in background, mentre loro sono impegnati a vivere le loro esistenze… da persone normali. 

Perché questo sono i personaggi principali di Mentre Noi Restiamo Qui: ragazzi normali, che affrontano situazioni abbastanza comuni, almeno per quanto possibile. 

Mikey, Mel, Jared e Henna hanno un grande desiderio: riuscire a diplomarsi prima che la loro scuola salti per aria. E in mondo governato dalle logiche di una puntata di Buffy l’Ammazzavampiri, dove avvenimenti inspiegabili come invasioni aliene e attacchi di zombie sono all’ordine del giorno, questo desiderio non è affatto strano.   

Nello svolgersi dei primi capitoli è inevitabile per il lettore porsi la domanda: “perché delle persone comuni dovrebbero interessarmi più dei Prescelti e delle loro fantastiche vicissitudini? Cosa hanno di speciale?”. Ebbene, la meraviglia di questa narrazione, che scorre leggera nonostante il suo bagaglio di temi importanti, è proprio quella di ribaltare la prospettiva, riportando in primo piano ciò che di solito nelle storie di genere è semplice carta da parati. L’autore sembra dire, continuamente: “anche se non avete mai salvato il pianeta da una potenziale catastrofe, siete ugualmente importanti e i vostri problemi quotidiani lo sono altrettanto. E affrontarli richiede coraggio, vi rende eroici”. 

In 232 pagine conosciamo Mikey, il vero protagonista, attraverso le sue parole e i suoi pensieri: un ragazzo che, pur non vedendo l’ora di diplomarsi e andar via di casa, lontano dalla madre in pieno fervore elettorale e dal padre alcolizzato, teme così tanto di non essere abbastanza e di non riuscire a fronteggiare l’inevitabile cambiamento, che finisce per farsi intrappolare in spirali d’ansia, da cui solo gli amici riescono a tirarlo fuori. Scopriamo che il suo cruccio principale, a parte il diploma e la salute di sua sorella, è l’amore mai dichiarato per Henna. Henna, che sta per partire coi genitori missionari per l’Africa. E cosa succede con Jared, il suo migliore amico “per tre quarti ebreo e per un quarto divinità”, cosa gli sta nascondendo? Come se non bastasse, con l’avvicinarsi del diploma e del ballo scolastico diventerà sempre più difficile per Mikey e i suoi amici stare fuori dalle “faccende da indie” e dai pericoli che questo comporta… riusciranno i nostri eroi senza mantello a sopravvivere a questo ultimo anno scolastico? 

“Mentre Noi Restiamo Qui” è una storia di crescita e formazione, che vede nell’amicizia una risposta molto più salda e fondamentale rispetto all’amore romantico, senza però negare a quest’ultimo lo spazio che merita. Ed è un formidabile gioco di prospettive, che non concerne solo lo scontro tra normale e soprannaturale, ma anche quello tra ragazzi e adulti, tra figli e genitori. E’ forse questo uno dei termini di paragone più significativo rispetto alle storie di genere degli ultimi anni: la rappresentazione dell’adulto, che da macchietta torna in queste pagine a riprendere il suo ruolo di persona a tutto tondo, con problematiche, pregi e difetti del tutto riconoscibili e universali. In particolare per la madre di Mikey e Mel e per il padre di Jared, il sig. Shurin, Patrick Ness ha creato un ritratto formidabile, ricco di sfaccettature, che sfocia in una riflessione sulla profonda complessità della natura umana. Non solo, la storia ci fa comprendere che per quanto sia inevitabile tracciare dei confini, etichettare i “noi” rispetto ai “loro”, ed “io” rispetto agli “altri”, è altrettanto inevitabile che arrivi il momento in cui queste ridicole divisioni vengano meno, trasformando palcoscenico e dietro le quinte in uno spazio comune dove non esistono indie, semidivinitá, controfigure o spettatori, ma solo ragazzi, ragazzi fortunatamente diplomati prima che la loro scuola salti per aria. 

“Mentre Noi Restiamo Qui”, edito da Mondadori nel 2018, è una lettura fresca e piena di significato, che forse non stravolge troppo il cuore ma riesce molto bene a confortarlo e incoraggiarlo.

recensione pubblicata nel n.76 de La Salamandra – rivista interscolastica e università di Treviso.

Recensione ottobre 2019 – Kobane Calling

Zerocalcare non ha davvero bisogno di presentazioni. Quest’anno davanti allo stand Bao Publishing del TCBF, una lunga coda di fan e appassionati lettori attendeva paziente sotto l’ultimo sole estivo, proprio per incontrare lui e ottenere un disegno e un autografo. Varie le pubblicazioni: da Dimentica il mio nome a Macerie Prime, da Un polpo alla gola a La profezia dell’armadillo, ogni pagina svela un pezzetto in più del puzzle “Michele Reich”, condividendo con il lettore timori e patemi del crescere, riflessioni e idealismi, valori e contrasti… nonché la sua dipendenza da plumcake e l’amore per Rebibbia, il suo quartiere, che se prima era nota solo per il carcere, grazie a lui viene ricordata per la storia del Mammuth, (v. Museo del Pleistocene, Casal dei Pazzi).
In questi giorni però, per giunta all’approssimarsi del 4 novembre, le notizie dal nuovo fronte di guerra ci portano a considerare una sua opera del 2016: Kobane Calling, un reportage a fumetti che racconta i suoi viaggi da staffetta in Kurdistan, nel pieno della resistenza contro l’ISIS. Nei risguardi iniziali del volume è stampata la mappa con i luoghi del primo viaggio, compiuto nel novembre del 2014, mentre in quelli finali la mappa del secondo viaggio, nel luglio del 2015, dove il “puntino bianco coatto” che era la città di Kobane, assediata e circondata, è diventato una striscia di territorio che arriva fino alle porte di Semelka, al confine con l’Iraq. In mezzo, la vita di tutti i giorni che procede “sempre in bilico tra corse e impicci, imbrogli e accolli”.
In 261 pagine dense e tostissime ritroviamo l’elemento biografico, l’umorismo romanesco e l’abbondanza di citazioni della cultura nerd tipici dell’autore. La voce schietta e venata di ironia di “Calcare” testimonia con spirito critico e forte coinvolgimento emotivo l’incontro con il popolo curdo e la sua resistenza, a dispetto di Daesh e delle mire politiche di Erdogan, il districarsi tra sigle come PKK e YPG, nonché la sua esperienza in Rojava, un territorio dal 2018 denominato Federazione Democratica della Siria del Nord. Uno sguardo scoperto e curioso il suo, senza ipocrisie né pregiudizi, che si fa strada pian piano tra la polvere e il fragore lontano delle bombe, la luce dei traccianti, le parole e i canti dei civili e dei combattenti riuniti a Mehser, villaggio turco “a tre fermate di metro” da Kobane.
Ma cosa porta Zerocalcare nei pressi di un paese in guerra? Nella prima parte del reportage le tavole cercano di rispondere a questo interrogativo elencando alcune delle ragioni più ovvie: il bisogno di capire e di fare informazione vera, lontana dalla disarmante semplificazione dei mass media, documentando quindi la vita delle persone, non solo il numero dei caduti e la tipologia delle armi impiegate; il desiderio d’essere riconosciuto come fumettista impegnato; il senso di giustizia nel difendere il Rojava, che indica una via di convivenza pacifica per tutto il Medioriente. Sveglio a notte fonda, sdraiato sul pavimento di una Moschea piena di rifugiati, volontari, staffette come lui e combattenti, Zerocalcare si chiede quale sia in realtà la ragione più vera e la più grande che lo ha spinto a partire, a compiere un viaggio che molti definirebbero una follia.
Ed ecco la risposta, a pagina 42:

“I cuori non sono tutti uguali. Si modellano, si sagomano, sulle esperienze. Come un tronco che cresce storto adattandosi a quello che c’ha intorno. E tutto quello che ha dato forma al tuo… Gli insegnamenti, le cose trasmesse, quelle che ti hanno fatto piangere, quelle che ti hanno fatto ridere, il sangue che ti ribolliva dentro e quello che ti hanno fatto sputare fuori. Ogni cosa. Oggi sta a Kobane”.


Se c’è una cosa che non manca in queste tavole, è proprio il cuore.
Di Kobane Calling si apprezzano anche l’humor, spesso incarnato nel Mammuth di Rebibbia, e la capacità di fare riflessioni complesse in una sintesi di poche pagine, senza pretese, senza la volontà di far cattedra, ma con una presa di posizione netta che alla voce grossa e al bigottismo cieco di certa politica oppone la forza dei fatti, della Storia.
La ricerca della verità raddoppia gli sforzi nel racconto del secondo viaggio, che ci porta, con qualche rocambolesca deviazione, tra i monti di Quandil e a Qamishlo, a Derik e poi a Kobane, una città in macerie, accompagnati tra gli altri da donne combattenti come Ezel, che porta con sé ancora il trauma dei mesi passati da bambina nelle carceri turche, e Nasrin, che ha perso un fratello e molti compagni. Lei, che ha addestrato tanti dei caduti, dice: “Abbiamo tutti dovuto vedere cose orribili in questa guerra. L’unica cosa che ci salva… è ricordarci il senso di quello per cui stiamo combattendo”. Non sono parole banali, se pronunciate al Cimitero dei Martiri di Derik, dove famiglie arabe, curde e assire, musulmane, cristiane e yazide, traggono conforto dalla reciproca vicinanza. Zerocalcare ci parla di una lotta che dura da quarant’anni. Un percorso comune ispirato agli ideali di Abdullah Öcalan per raggiungere una convivenza pacifica e civile dei popoli all’interno di uno stato laico, che non tenga conto di etnie e religioni, che non faccia differenze di genere e che lotti contro il sistema capitalista, in difesa dell’ambiente.
Alla fine di queste tavole in cui alla risata si alterna spesso la commozione, non si può rimanere indifferenti alle sorti del Rojava e del popolo curdo. È certo che con la sua opera Zerocalcare ha avuto il merito di gettare una luce sugli aspetti della resistenza curda più ignorati dai mass media.
Kobane Calling a distanza di tre anni si riconferma una lettura fondamentale e attuale.

Questa recensione è stata pubblicata nel n.75 de “La Salamandra”, rivista interscolastica ed universitaria di Treviso.

Commenti a caldo – Io non sono un albero: storia di un esilio persiano

Chiudo ora con un sospiro dolce il romanzo d’esordio di Maryam Madjidi. Quello che ho tra le mani è un libro dalla struttura molto particolare: racchiude in sé un misto di brani che sembrano gocce versate direttamente dall’otre della memoria, registrazioni, racconti in forma di fiaba, poesie

E’ in effetti difficile definirlo “romanzo”, in quanto somiglia più a uno zibaldone, le cui date si susseguono alla rinfusa, senza alcun rispetto della cronologia storica, ligie piuttosto nel loro collocarsi alla sequenza tematica. L’autrice narra della sua infanzia in Iran, degli anni difficili che seguirono la Rivoluzione, dell’esilio che strappò le radici della sua famiglia e tentò di ripiantarle – con grande dolore, sacrifici e molte difficoltà – a Parigi. “Io non sono un albero“, dice Maryam, che nella sua vita ha viaggiato sino ai quattro angoli del globo. Non è del tutto iraniana agli occhi dei suoi conterranei, né del tutto francese in Europa. Vive in un limbo difficile da abitare e da spiegare, un limbo che racchiude in sé il trauma della perdita di tutto ciò che lei aveva di più caro; ma con parole semplici e metafore poetiche Maryam scosta il pesante arazzo e rivela il sentimento puro, l’emozione feroce, la ferita sanguinante, il fantasma della lingua persiana che a lungo ha insidiato il rapporto tra lei e il padre, un rimpianto terribile. “Io non sono un albero” è una storia di crescita, d’amor patrio e d’amor letterario, di sofferenza e di conquista. A livello stilistico non ho molto apprezzato i dialoghi: sin troppo rivelatori della finzione, mi sono sembrate come citazioni che mal si incastrano con il puro atto della ricostruzione mnemonica. Mi ha affascinato però tutto il resto, specie per la sua capacità di trasmettere con estrema sincerità l’esperienza dell’autrice: da fragile ragazzina rifugiata in terra straniera, a donna padrona di sé, laureata alla Sorbona e con la valigia sempre pronta. Ammetto senza vergogna di aver fatto le orecchie ad almeno quattro pagine di questo libro, perché ci sono dei passaggi che sicuramente amerò tornare a rileggere.

Commenti a caldo – Crooner

Ieri sera, in una mezzora prima di andare a dormire, ho letto il racconto di Kazuo Ishiguro pubblicato da Einaudi a fine 2018. L’ho preso in prestito in biblioteca, incuriosita dal formato e dalle immagini, convinta che avrei ritrovato la voce che mi aveva tanto colpito con “Il Gigante Sepolto”.

“Crooner” è una narrazione musicale e malinconica, ambientata nella Venezia dei turisti, quella delle orchestre e dei bar di piazza S. Marco e delle gite in gondola lungo i canali. L’accompagnamento delle illustrazioni di Bianca Bagnarelli, unita al narratore in prima persona, rende affascinante l’esperienza di lettura. L’ideale per me sarebbe ascoltare questo racconto, più che leggerlo, con il sottofondo sonoro dei brani citati. Ricorre il tema prediletto di Ishiguro, la memoria e la sua influenza nelle relazioni. Poi c’è la musica, c’è l’ombra di Sinatra, c’è Venezia, ci sono la vanità e l’estetica di Hollywood, l’incontro con il mito che si svela poi essere tristemente diverso dall’artista immaginato. C’è un’ultima serenata d’amore prima di dirsi addio, ed il motivo di questo addio infine, che spiazza e delude.

©Bianca Bagnarelli



Ho passeggiato per Venezia tante volte, così l’ambientazione di Crooner è risultata più che familiare, gradita e intimamente conosciuta. Mi pareva di sentire l’aria umida della sera che circola tra le calli, il gemito dei gabbiani in lontananza, il vociare dei gondolieri e il tramestio dei bar con i tavolini a ridosso dell’acqua verdenera.

Purtroppo, la storia in sé non mi ha particolarmente coinvolto o emozionato, il che mi dispiace. Sono però curiosa di leggere gli altri quattro racconti, contenuti nel libro “Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo“, edito da Faber & Faber nel 2009.