Articoli scritti da: Angela F. Siracusa

La mia passione per le storie mi ha portata a lavorare dieci anni tra biblioteche e musei, e ora mi catapulta in libreria. Nel 2012 ho aperto Lovingbooks, un approdo online per bibliofili e per (di)vagatori curiosi. Dal 2016 collaboro con La Salamandra, rivista interscolastica e universitaria di Treviso.

Trilogia della Terra Spezzata

Curiosità, desiderio, fissa e bisogno: come ho superato i quattro stadi del lettore e ho finalmente cominciato “La Quinta Stagione”…

Tra i premi letterari che seguo con più attenzione da diverso tempo ci sono i World Fantasy, Locus, Nebula e Hugo Awards. Questo perché negli elenchi di libri, raccolte di racconti e novelle trovo spesso i miei autori preferiti (nel panorama del fantastico, del weird e del fantascientifico), e ne scovo di altri che vale certamente la pena tenere d’occhio.

E’ nel 2015 che come un terremoto irrompe sulla scena N.K. Jemisin, con la sua trilogia The Broken Earth. Già candidata e finalista negli anni precedenti, nel 2016 vince l’Hugo per The Fifth Season e nei canali letterari non si parla d’altro. Inizio a drizzare le antenne. Nel 2017 vince con The Obelisk Gate, e nel 2018 fa tripletta con The Stone Sky. A questo punto sono bella che presa all’amo, ma ho diversi altri libri in lettura e decido, nonostante l’hype, di aspettare la traduzione italiana. Quando esce la notizia che Mondadori pubblicherà l’intera trilogia nella collana Oscar Fantastica sono al settimo cielo. Per di più mantenendo le copertine originali…! Devo aver rotto le scatole talmente tanto a casa, (quando mi fisso su qualcosa sono una pigna in…), che a sorpresa una sera mia madre tira fuori “La Quinta Stagione” dalla borsa. Un regalo per me e per la sanità mentale di tutta la famiglia.

Nel frattempo un cambio di lavoro, un trasloco e mille altre magagne spostano il mio asse verso altre cose, e si arriva così a metà aprile 2020. Ho appena sospeso il mio folle viaggio nello spazio e nel tempo con Arthur Dent e Ford Prefect, (di nuovo sulla Terra alla fine di Ristorante al termine dell’Universo). Guida Galattica è stato un compagno formidabile capace di tirarmi su il morale durante le prime settimane di quarantena, ma ora cerco qualcosa di diverso, qualcosa che non mi faccia ridere, perché non ne ho più voglia.

E così ricordo di avere La Quinta Stagione che mi aspetta da mesi quieto sullo scaffale TO READ. Ironia della sorte, sia Guida Galattica per gli Autostoppisti che la trilogia della Terra Spezzata parlano di mondi che stanno per finire, di mondi distrutti e poi ricostruiti, di Storia e di storie alternative, del senso della vita, l’universo e tutto quanto. Forse il mio subconscio sapeva che avevo bisogno di affrontare questa lettura ora, in questo momento storico, e mi ha guidato più di quanto pensassi.

Insomma, tutto questo papiro per dirvi che sono stata travolta dal mondo scolpito nella pietra dalla Jemisin e che l’ho trovato super ultra iper fantastico. Crudele, reale, talmente vivo da far male, con personaggi superbi le cui vicissitudini, (esplosioni e fuochi d’artificio ad ogni capitolo!), sono incanalate in una narrazione che è argento vivo nella roccia. Pun intended. La Fase 2 si apre con me, doppiamente travolta, alla fine della copia ARC de “Il Portale degli Obelischi“. Divisa ora tra la voglia di acquistare l’ebook di The Stone Sky o attendere l’edizione italiana, meritevole fin qui di due splendide traduzioni, curate nei minimi dettagli.

***Se volete saperne di più, stay tuned, nel prossimo articolo recensirò La Quinta Stagione e commenterò anche il seguito fresco di stampa, Il Portale degli Obelischi!***

***Se invece siete in vena di follia e umorismo, oltre che di pianeti distrutti, potete ascoltare qui l’audiolibro di Guida Galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams. O, come nel mio caso, vedere il film. Se non lo avete mai letto, fate un salto sulla Cuore d’Oro e andate a salutare Marvin!***

Commenti a caldo – Pigiama Computer Biscotti

Bao Publishing, 2019 – prima tiratura in 184 pagine b/n
Era da un po’ di tempo che volevo leggerlo, così non ho resistito quando ho avuto la fortuna di beccare l’offertona, acquistandolo in Kindle Edition per la cifra irrisoria di due caffè al bar. Ieri sera finalmente ho letto questa narrazione biografica a fumetti di Alberto Madrigal, che mi ha donato conforto e ispirazione. Per molti versi tocca nel profondo dei temi che mi parlano da vicino e lo fa con elegante tenerezza. Angosce e insicurezze dell’artista, dello scrittore, del partner e del padre, ma anche del ragazzo che diventa uomo, in un insieme dalle delicate inquadrature che a partire dal singolo dettaglio riescono a dipanare una storia privata, famigliare e allo stesso tempo universale. Per quanto riguarda lo stile di disegno, mi piace perché mi ricorda quello di un taccuino da viaggio, uno sketchbook dalle linee leggere ma ben definite, con sfumature e ombre acquerellate. Mi piacciono le tavole in bianco e nero ma se pubblicassero un’edizione tutta a colori penso che correrei ad acquistarla cartacea. Del resto, le colorazioni di Madrigal sono sempre spettacolari, guardate la copertina di questa graphic novel, e guardate anche quella realizzata per Zerocalcare… (A proposito di Calcà… ma quanto m’ha fatto sorridere vederlo comparire come personaggio tra le prime pagine di Pigiama Computer e Biscotti!? Una cifra!)

Una pagina da “Pigiama Computer e Biscotti” di Alberto Madrigal. Notate Zerocalcare nelle vignette inferiori

Voglio fare un appunto finale sulla modalità di lettura di questa edizione: al momento dell’acquisto ero dubbiosa, perché non ho mai letto un fumetto di questo genere in ebook*.
Pensavo che sarebbe stata una faccenda fastidiosamente ardua, invece mi ha sorpreso parecchio in positivo: la lettura guidata nell’App Kindle amplia automaticamente la singola vignetta e basta scrollare a destra per mantenere questa pratica modalità, che consente di non perdere nemmeno un dettaglio.
Ora non mi resta che ringraziare Alberto Madrigal per avermi ispirata a tal punto che a fine lettura ho alzato il culo dal letto e sono corsa a scrivere una scena del romanzo che mi tormenta da cinque anni ormai. Con la speranza di finirlo entro il 2020…

*Le scan dei manga sono un altro discorso e appartengono a un passato adolescenziale che nasconderemo abilmente sotto il tappeto, coff coff.

Dello stesso autore:

Marzo 2020 – Stoner

  • 332 pagine
  • Fazi Editore, 2012
  • Vintage Classic, 2003
  • Viking Press, 1965
  • dello stesso autore: Augustus, Butcher’s Crossing, Nulla, solo la notte

Nell’introduzione redatta da John Mcgahern nel 2002 per questo romanzo, lo scrittore irlandese fa riferimento due volte a un materiale di base non promettente, la storia di un’esistenza che ad occhi esterni parrebbe piatta e desolata. Quasi con meraviglia espone la grandezza insita nelle pagine di John Williams, evidenziando il fatto che da una vita così semplice e comune, quella di un insegnante universitario ostacolato nella sua carriera e di un marito impotente di fronte ai capricci e alle angherie di una donna che non ama più, l’autore sia riuscito a tirar fuori il dramma, il pathos che spetta alle grandi vicende. Forse non è altro che il miracolo stesso della letteratura, dell’ottima letteratura, saper trasformare la vita più comune in uno spettacolo, ma vi trarrei in inganno se vi dicessi che “Stoner” è solo un buon romanzo. Del resto, un bravo autore non dovrebbe mai mentire nel suo incipit, attenendosi fedelmente alla promessa fatta nelle prime righe.

William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della Prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato di ricerca e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido.”

Ma, anche se non c’è ombra di menzogna nello scoraggiante inizio di Stoner, l’autore incontrovertibilmente sembra divertirsi a smontarlo pezzo per pezzo nel corso del romanzo, rivoltandolo come un calzino, mostrando che dietro il tessuto liso e ingrigito c’era manco a dirlo, colorata lana d’alpaca! “Stoner” di John Williams è una lode alla vita di ogni giorno, all’esistenza e al passare ineluttabile del tempo che pian piano ci divora. E anche un elogio alla cultura, alla scuola, al mondo universitario che come professore l’autore ha frequentato per trent’anni della sua carriera. Non da ultimo, è una storia d’amore.

“Bill” Stoner è una creatura di terra, ha le mani di un lavoratore che sa che dai suoi sforzi dipenderà la quantità di cibo sulla tavola. Il carattere stoico, che ben si sposa all’espressione apatica, lo seguirà all’università e ne rimarrà parte integrante anche dopo aver sostituito gli strumenti dell’agricoltore con quelli del letterato. Già questo suo modo di condursi lo rende un eroe, un tipo di eroe che non possiamo non amare, perché lo riconosciamo in parte quando ci guardiamo allo specchio. E l’eroe che trova una ragione di alzarsi al mattino e di combattere, con gli strumenti che ha a disposizione, le battaglie che sceglie di affrontare e quelle in cui si trova trascinato suo malgrado, ed è l’eroe che decide di rialzarsi dopo essere inciampato in un ostacolo non previsto. A volte sembra che Stoner si faccia guidare dagli altri con languido sopore, un peso inerte nella corrente, ma quando più conta emerge con vigore sulla carta un protagonista eccellente, capace di sorprendere e di sorprenderci per la forza della sua passione e delle sue prese di posizione e per la capacità di radicarsi in esse nonostante il pericolo. Stoner è la biografia romanzata di un personaggio non banalmente dipinto, ma scolpito con tremenda precisione, con intensità tale da avere l’impressione, una volta chiuso il libro, di aver conosciuto quest’uomo in ogni suo spigolo, e di averlo compreso meglio di quanto potremmo mai comprendere noi stessi.

Non da meno, i personaggi che lo attorniano sono anime complesse, ricche e vivaci, a partire dal professor Archer Sloane agli amici e colleghi Dave Masters e Gordon Finch, dalla moglie-avversaria Edith al vero amore Katherine Driscoll, dalla figlia Grace l’acerrimo nemico Lomax… Tutti loro concorrono a costruire un articolato palcoscenico, e in questo palcoscenico, mentre la vita avanza lineare e inesorabile, William Stoner tenta di salvaguardare la grammatica delle emozioni tra gli sconquassi di due guerre mondiali, in una lotta continua tra bestialità e umanità, tra ignoranza e cultura.

Stoner di John Williams è, in una parola, un capolavoro. Ci narra l’introspezione, i valori, la gravità del ragazzo che diventa uomo e dell’uomo che invecchia, dell’uomo che ama, che soffre e che lotta, con gli altri e con sé stesso, fino a percepire di essere molto più del suo apparente fallimento.

Casa di Foglie

uno sconclusionato diario di lettura*

*[Attenzione ai naviganti, potenziali spoiler]

Questo non è per te“.

Apro Casa di Foglie con solo una vaga idea dell’incredibile viaggio che mi aspetta… La citazione iniziale non mi spaventa abbastanza da farmi desistere.

3 febbraio 2020. Sto leggendo “Casa di Foglie” di Mark. Z. D. Sono arrivata al cap. IX, p. 116. Si mantiene un senso di spaesamento, curiosità e leggera inquietudine. Non riesco a leggere più di due capitoli alla volta, è tosto quanto contorto. Per ora sia la storia di Johnny, sia quella di Navidson mi trascinano. Non vedo l’ora di arrivare alle pagine più strane…

6 febbraio 2020. “Casa di Foglie”, ore 11.00. La nota 146 si estende, incolonnata a sinistra, da p. 130 a p.148, una lista di case, ville e monumenti in diversi stili architettonici. Ovviamente le ho dato una veloce scorsa, col [ ] che me la leggo tutta. Questa nota è un corridoio stretto e buio che conduce a un vicolo cieco. Fa parte del gioco, regala la stessa sensazione di frustrazione e soffocamento [che avrà provato N. durante l’esplorazione]. E la nota 144 è specchiata! Ma cosa…?!

7 febbraio 2020. Le note sono come gradini; talvolta sono corridoi oscuri e vicoli ciechi e altre volte scale verso il cielo. Non meno oscure le appendici. Il più grosso quesito che mi rimane è: Johnny si sta facendo condizionare dal libro di Zampanò in virtù di una sua predisposizione genetica alla follia, o invece è lecito pensare che sia stato intrappolato nella casa dal libro stesso? Le note a p. 151 sono particolarmente frustranti.

8 febbraio 2020. emicrania.

d o l o r o s a

a s t i n e n z a

d a l l a

l e t t u r a. 2020 oiarbbef 9

10 febbraio 2020. n. 183. Ho dovuto prendere in prestito lo specchio di Sara per leggerla. Perdersi nella Storia del Cinema è facilissimo. n.184. Se questa intervista esiste vale la pena recuperarla. Yes, it does! n.187: molto interessante, Mark, ma tu ci starai già lavorando… n.191: trovo davvero affascinante questa manifestazione fisica degli effetti della casa su Reston e gli altri:

LABIRINTO [casa] <—-> LABIRINTO [orecchio interno] = vertigine, confusione, vomito.

11 febbraio 2020. n.192: Johnny T. fa qualcosa di imprevisto e [ ] … vivo. n.193, p. 159. La Belle Nicoise et le beau chieu mi obbliga a interrompere la lettura per verificare. Aaargh! (Comunque è falso per fortuna. Ci sono arrivata dopo 20′ di ricerche a vuoto, perché Internet è una bestia peggiore di queste note). Pag.169: “I tre decidono di separarsi”. facepalm. P.177, n.202: è l’impressione che mi ha dato dall’inizio. La casa [ ] e [ ] in conseguenza di chi c’è dentro.

12 febbraio 2020. Sono a pag 325 curiosa di capire se Navidson resterà lì, [prigioniero della casa fino alla morte]. E Johnny, che ormai sembra irrimediabilmente PERDUTO? Che ne sarà di loro? // ore 22.30. Ho letto il racconto “La Lotteria” di Shirley Jackson. Il finale si rivela poco a poco attraverso certi dettagli che ti innestano un minimo di sospetto e ti mettono sul chi va là…, è inquietante sopra ogni immaginazione. MAGISTRALE. Leggerò volentieri gli altri della raccolta, magari con del vino rosso e un po’ di cioccolata.//

13 febbraio 2020. p.347. In relazione a “Halloway” e Navy, la frase:

“le riprese recuperate in quella terribile oscurità ci hanno insegnato che, anche se il sentiero è diverso, la meta potrebbe non esserlo”

, indica che la casa farebbe impazzire anche un santo. Questa affermazione è cibo per la mente, non mi convince del tutto. P. 351. Non è stato il mostro a [ ] H., ma la casa lo ha [ ]. vs Tom, umorismo, forza del riso contro quella delle armi.

Cap. XVII. Floyd Collins, Kentucky, 1925. vero/falso? (vero!). Antico mantra Hak-kin-Dak… sembra una presa in giro. vero/falso? (falso, ma ispirato). p. 348. In un momento di totale smarrimento si rende necessario riaffermare la propria identità, il proprio ESSERE.

“L’immensità della casa di Navidson elude l’inquadratura”

L’oscurità è tale che tra una stanzina e una sala di Moria non c’è differenza, almeno non all’interno della ripresa e forse nemmeno nella mente di chi vi è intrappolato.

la storia di Androclo e il leone

.il mito è Redwood. Appendice B. -> Pelikan? Non mi è chiaro.

.Però è interessante il confronto tra Tom e Holloway, l’uso dell’umorismo si rivela efficace per tenere a bada il mostro della paura.

p 351, nota 301. La diabolica macchina di Perillo, Falaride.

14 febbraio 2020. 15 febbraio 2020. Cap. XV Le Opinioni degli altri, p. 369. A parte il sorriso che mi suscita vedere celebri nomi tra gli intervistati e a parte l’interesse più o meno grande riscosso dalle loro opinioni, posso dire che dal mio punto di vista l’unico che dica qualcosa di sensato sia S.King. Divertente perché lo scrittore tende a equiparare il valore del simbolo alla cosa stessa, ed è l’unico ad intuire che essa è reale, “da farsela sotto dalla paura”, mentre tutti gli altri analizzano il documentario con occhio clinico, sondando possibilità e motivi nella psicologia, nell’architettura, in problematiche di regia che lasciano il tempo che trovano. Domenica 16 febbraio 2020. Cap. XVI. La possibilità di affrontare il problema dal punto di vista scientifico viene ridotta a mera suggestione e solo attraverso le note. Cap. XVII. Navy torna a casa. 4a vittima (non proprio, ma così sembrava al momento). *Delial non lo ha mai lasciato e probabilmente vedere Tom morire per salvare Daisy lo ha distrutto. Un senso di colpa tale da portarlo al s[ ]. vedi Kevin Carter, Pulitzer 1994.

n.367. “…che le più grandi lettere d’amore sono sempre scritte in codice per una persona e una soltanto”

Delial = albatro

n.372. è stato il dubbio che mi ha roso in questi giorni, prendendo in esame l’opportunità di scegliere un tema come quello della [ ] Un’immagine che fa sanguinare e che non posso smettere di dimenticare.

*infatti, vedi n.377! Ormai riesco a precederti, Mark!

p. 392. spunto interessante. Svariati campioni della casa sembrano risalire a prima della [ ].! n. 348. materia extraterrestre, interstellare?? n.350. ovviamente, oltre a bestemmiare, il lettore si chiederà se è davvero colpa di JT o se le 17 pagine mancanti sono opera di qualcos’altro. Da utilizzatrice di boccette d’inchiostro tendo a essere sospettosa. P.396. rendersi conto che avresti potuto saltare le tre, quattro pagine precedenti, note comprese, e arrivare comunque al succo del discorso. Odio et amo questo libro.

P.397. “Le menti più scrupolose, tuttavia, considerano le congetture scientifiche sulla casa alla stregua dell’ennesimo vicolo cieco. Ancora una volta il linguaggio dell’obiettività fallisce nel produrre un’analisi adeguata della natura dell’edificio di Ash Tree Lane.” Grazie al cazzo, Mark.

p.399. Toh, una persona chiaramente non del tutto stabile riesce ad acquistare pistole e fucili on line, senza alcun controllo. Gooood moorning, U.S.A.! p.400, n.356. è la forma del saggio critico che la investe di credibilità e raggiunge questo formidabile risultato. MA allo stesso tempo siamo troppo distanti dalla casa, studiandola in questo modo, per poter trasformare l’inquietudine in vero terrore. (nonostante la grafica in un certo senso aiuti. v. pagine 463 e seguenti.) p.499. maledizione, non mi ricordo come si legge lo spartito. L’esplorazione n.5 è un misto di disperata rassegnazione e angosca, ormai pensi che N. sia fottuto. Però ti ritrovi nel frattempo ad ammirare Karen e Reston. Soprattutto K.

p.513.Come a dire che non solo questo libro non si può distruggere, ma nemmeno incolpare. […] Credo che qualcosa mi stia possedendo, in questo momento“. Le seguenti pagine di JT sono tra le più angosciose e dure di tutto il libro. Se prima lo osserviamo lentamente solo avvicinarsi a questa spirale di follia, qui cade, cade, cade… p.515. “Dormo sotto le panchine. Con me ho solo le pagine svolazzanti del mio libro di Dante, un tale fiorentino…” L’Inferno, suppongo. Non potevi trovare una lettura più adatta. p.517. urgh…passaggio indigestibile. p. 528.Mi suscita una pena immensa, perché spero che possa avere anche lui il suo riscatto, ma allo stesso tempo il dannato libro ti confonde così tanto che non sai se quello che stai leggendo è vero o no. Non sai se sperare. p.529. Fanculo, Mark. p.539.Spiacente, non mi resta più nulla. So fucking depressing. Ovviamente potrei fare un sacco di considerazioni su quanto la spirale discendente di JT somigli alla discesa/risalita di Navidson nell’ultima esplorazione… Sono entrambi estremamente provati dalla vita, ma uno aveva qualcosa da perdere, per cui lottare, l’altro forse no.

p. 548. Sono contenta di come sia andata a finire per Navy, Karen e i bambini, anche se dopo tutto quello che gli hai fatto passare, caro Mark, potevi almeno risparmiarla da [ ]. Il fatto che la casa sia [ ] non mi sorprende né mi turba, anzi, spiega molte cose. L’ultima immagine è davvero suggestiva.

Chiudo Casa di Foglie con ancora qualche interrogativo, molto provata, ma davvero soddisfatta di averlo letto. Forse questo libro mi ha tolto un poco di sanità mentale, ma mi ha dato molto su cui riflettere e mi ha trascinato e cullato insieme, facendomi smarrire per giorni in uno spettacolare labirinto che è insieme tragedia, horror e storia d’amore.

Febbraio 2020 – 3300 Secondi

3300 secondi, un’ora di scuola e quattro ragazzi apparentemente soli ad affrontare le loro vicissitudini, che si sfiorano senza mai davvero toccarsi. Questi gli ingredienti del libricino di Fred Paronuzzi, pubblicato nel 2016 da Camelozampa.

92 pagine che si lasciano divorare con estrema facilità, anche grazie al particolare font Easy Reading, ma che non è altrettanto facile dimenticare. 

Quattro punti di vista si alternano narrando ognuno la propria storia, quattro voci che ci catturano immediatamente e che a tradimento commuovono e ci mettono di fronte a temi duri quanto complessi. Conosciamo Lea, che si è dichiarata a Julie la sera prima e ora subisce qualcosa di peggio del rifiuto, l’indifferenza. E Ileys, davvero a suo agio solo quando può indossare gli abiti di un altro personaggio sul palcoscenico, che rivive le difficoltà del suo essere diverso, migrante che mastica una lingua non sua, studente bravo ma taciturno, mai davvero parte del gruppo. 

Poi Océane, che distrutta da un terribile evento decide di bussare alla porta dell’unica persona di cui si fidi, a scuola, e di confidarle il suo cuore violato, con le lacrime agli occhi. 

C’è chi pensa di essere al di fuori della portata di qualsiasi mano tesa. È questo il caso di Clément, che si trascina come un fantasma da una lezione all’altra, da casa a scuola, pensando che vivere senza sua sorella ormai non sia davvero più vita, ma solo una prigione soffocante. 

Il formato di 3300 secondi, “La ou je vais” in lingua originale, è tale che basterebbe la tasca di un cappotto per contenerlo comodamente, una mezz’oretta di lettura per esaurirlo e richiuderlo. Eppure il contenuto riesce a trasmettere in poche righe tutto un universo di vite vissute, la sofferenza dei quattro protagonisti e la loro sorpresa nel trovare qualcuno disposto ad ascoltare davvero, a posare una mano sulla spalla per offrire conforto, amore o semplicemente un consiglio inaspettato, la spinta verso un futuro ricco di speranze e promesse. A colpire è l’alto grado di realismo, che si rispecchia nel linguaggio fresco e vero della narrazione, in quello dei dialoghi e dei pensieri. Interessante anche l’affresco di adulti con cui i quattro ragazzi protagonisti e i loro compagni si devono confrontare: alcuni freddi e distanti, appaiono troppo frustrati ed esausti per riconoscere la difficoltà e la sofferenza negli occhi e nella voce dei loro studenti; altri sono ben più percettivi ma mancano della volontà necessaria ad andare oltre la loro divisa; infine quelli che più ci impressionano positivamente, sono proprio quelli che sanno ascoltare e guardare, che empatizzano e che ci tengono al punto da sapere quando è il momento di superare la scrivania e sedersi sulla sedia lì accanto, a portata di abbraccio. 

Fred Paronuzzi ha tessuto insieme quattro storie che sono una storia sola, ricordando ai suoi lettori l’importanza di esserci per gli altri, del prestare attenzione al dolore nascosto dietro certi sguardi vuoti e labbra chiuse, e donandoci la speranza di un incontro che sappia illuminare con le parole più giuste i nostri momenti di buio. 

3300 secondi è certamente un piccolo ma grande tesoro.

Recensione pubblicata nel n.77 de La Salamandra, rivista interscolastica e universitaria di Treviso

Mentre noi restiamo qui

Questo libro è un esperimento folle e divertente. Sullo sfondo di una piccola cittadina di una provincia americana sperduta tra i boschi, Patrick Ness si prende gioco, in modo bonario sia chiaro, degli stereotipi e dei cliché comuni della narrativa Giovani Adulti (YA), in particolar modo di quel filone fantasy/sci- fi/ romance che comprende Twilight, Hunger Games e simili. Ogni capitolo inizia con un paragrafo introduttivo che fa eco ai classici per ragazzi di metà ottocento e che ci riassume di volta in volta il susseguirsi delle avventure, delle tragedie e degli amori che coinvolgono i Prescelti, unici eletti per la salvezza del mondo contro il soprannaturale. 

“Eh, gli indie. Immagino ne abbiate anche voi, nelle vostre scuole. Quella cricca con i capelli perfettini da nerd e i vestiti presi nei negozi di roba usata e nomi anni Cinquanta. Gentili, mai cattivi, ma poi sempre destinati a diventare Prescelti quando arrivano i vampiri…” (p.19)

L’effetto straniante è dovuto al fatto che questo riassunto introduttivo è una mezza bugia: non racconta al lettore ciò che accadrà nel capitolo ai veri protagonisti, ma ci dice ciò che avviene in background, mentre loro sono impegnati a vivere le loro esistenze… da persone normali. 

Perché questo sono i personaggi principali di Mentre Noi Restiamo Qui: ragazzi normali, che affrontano situazioni abbastanza comuni, almeno per quanto possibile. 

Mikey, Mel, Jared e Henna hanno un grande desiderio: riuscire a diplomarsi prima che la loro scuola salti per aria. E in mondo governato dalle logiche di una puntata di Buffy l’Ammazzavampiri, dove avvenimenti inspiegabili come invasioni aliene e attacchi di zombie sono all’ordine del giorno, questo desiderio non è affatto strano.   

Nello svolgersi dei primi capitoli è inevitabile per il lettore porsi la domanda: “perché delle persone comuni dovrebbero interessarmi più dei Prescelti e delle loro fantastiche vicissitudini? Cosa hanno di speciale?”. Ebbene, la meraviglia di questa narrazione, che scorre leggera nonostante il suo bagaglio di temi importanti, è proprio quella di ribaltare la prospettiva, riportando in primo piano ciò che di solito nelle storie di genere è semplice carta da parati. L’autore sembra dire, continuamente: “anche se non avete mai salvato il pianeta da una potenziale catastrofe, siete ugualmente importanti e i vostri problemi quotidiani lo sono altrettanto. E affrontarli richiede coraggio, vi rende eroici”. 

In 232 pagine conosciamo Mikey, il vero protagonista, attraverso le sue parole e i suoi pensieri: un ragazzo che, pur non vedendo l’ora di diplomarsi e andar via di casa, lontano dalla madre in pieno fervore elettorale e dal padre alcolizzato, teme così tanto di non essere abbastanza e di non riuscire a fronteggiare l’inevitabile cambiamento, che finisce per farsi intrappolare in spirali d’ansia, da cui solo gli amici riescono a tirarlo fuori. Scopriamo che il suo cruccio principale, a parte il diploma e la salute di sua sorella, è l’amore mai dichiarato per Henna. Henna, che sta per partire coi genitori missionari per l’Africa. E cosa succede con Jared, il suo migliore amico “per tre quarti ebreo e per un quarto divinità”, cosa gli sta nascondendo? Come se non bastasse, con l’avvicinarsi del diploma e del ballo scolastico diventerà sempre più difficile per Mikey e i suoi amici stare fuori dalle “faccende da indie” e dai pericoli che questo comporta… riusciranno i nostri eroi senza mantello a sopravvivere a questo ultimo anno scolastico? 

“Mentre Noi Restiamo Qui” è una storia di crescita e formazione, che vede nell’amicizia una risposta molto più salda e fondamentale rispetto all’amore romantico, senza però negare a quest’ultimo lo spazio che merita. Ed è un formidabile gioco di prospettive, che non concerne solo lo scontro tra normale e soprannaturale, ma anche quello tra ragazzi e adulti, tra figli e genitori. E’ forse questo uno dei termini di paragone più significativo rispetto alle storie di genere degli ultimi anni: la rappresentazione dell’adulto, che da macchietta torna in queste pagine a riprendere il suo ruolo di persona a tutto tondo, con problematiche, pregi e difetti del tutto riconoscibili e universali. In particolare per la madre di Mikey e Mel e per il padre di Jared, il sig. Shurin, Patrick Ness ha creato un ritratto formidabile, ricco di sfaccettature, che sfocia in una riflessione sulla profonda complessità della natura umana. Non solo, la storia ci fa comprendere che per quanto sia inevitabile tracciare dei confini, etichettare i “noi” rispetto ai “loro”, ed “io” rispetto agli “altri”, è altrettanto inevitabile che arrivi il momento in cui queste ridicole divisioni vengano meno, trasformando palcoscenico e dietro le quinte in uno spazio comune dove non esistono indie, semidivinitá, controfigure o spettatori, ma solo ragazzi, ragazzi fortunatamente diplomati prima che la loro scuola salti per aria. 

“Mentre Noi Restiamo Qui”, edito da Mondadori nel 2018, è una lettura fresca e piena di significato, che forse non stravolge troppo il cuore ma riesce molto bene a confortarlo e incoraggiarlo.

recensione pubblicata nel n.76 de La Salamandra – rivista interscolastica e università di Treviso.

Chiamalibro – Kobane Calling

Graphic novel chiama graphic novel… Suggestioni di lettura e approfondimento dopo la lettura del non reportage di Zerocalcare.

Chiamalibro – L’educazione

Cari lettori di Lovingbooks e de La Salamandra, il Chiamalibro di questo mese è dedicato a “L’educazione” di Tara Westover! Lo avete letto? Cosa ne pensate?

Potete chiamare questa presa di coscienza in molti modi. Chiamatela trasformazione. Metamorfosi. Slealtà. Tradimento. Io la chiamo un’educazione.

Il Castello di Vetro

Recensione ottobre 2019 – Kobane Calling

Zerocalcare non ha davvero bisogno di presentazioni. Quest’anno davanti allo stand Bao Publishing del TCBF, una lunga coda di fan e appassionati lettori attendeva paziente sotto l’ultimo sole estivo, proprio per incontrare lui e ottenere un disegno e un autografo. Varie le pubblicazioni: da Dimentica il mio nome a Macerie Prime, da Un polpo alla gola a La profezia dell’armadillo, ogni pagina svela un pezzetto in più del puzzle “Michele Reich”, condividendo con il lettore timori e patemi del crescere, riflessioni e idealismi, valori e contrasti… nonché la sua dipendenza da plumcake e l’amore per Rebibbia, il suo quartiere, che se prima era nota solo per il carcere, grazie a lui viene ricordata per la storia del Mammuth, (v. Museo del Pleistocene, Casal dei Pazzi).
In questi giorni però, per giunta all’approssimarsi del 4 novembre, le notizie dal nuovo fronte di guerra ci portano a considerare una sua opera del 2016: Kobane Calling, un reportage a fumetti che racconta i suoi viaggi da staffetta in Kurdistan, nel pieno della resistenza contro l’ISIS. Nei risguardi iniziali del volume è stampata la mappa con i luoghi del primo viaggio, compiuto nel novembre del 2014, mentre in quelli finali la mappa del secondo viaggio, nel luglio del 2015, dove il “puntino bianco coatto” che era la città di Kobane, assediata e circondata, è diventato una striscia di territorio che arriva fino alle porte di Semelka, al confine con l’Iraq. In mezzo, la vita di tutti i giorni che procede “sempre in bilico tra corse e impicci, imbrogli e accolli”.
In 261 pagine dense e tostissime ritroviamo l’elemento biografico, l’umorismo romanesco e l’abbondanza di citazioni della cultura nerd tipici dell’autore. La voce schietta e venata di ironia di “Calcare” testimonia con spirito critico e forte coinvolgimento emotivo l’incontro con il popolo curdo e la sua resistenza, a dispetto di Daesh e delle mire politiche di Erdogan, il districarsi tra sigle come PKK e YPG, nonché la sua esperienza in Rojava, un territorio dal 2018 denominato Federazione Democratica della Siria del Nord. Uno sguardo scoperto e curioso il suo, senza ipocrisie né pregiudizi, che si fa strada pian piano tra la polvere e il fragore lontano delle bombe, la luce dei traccianti, le parole e i canti dei civili e dei combattenti riuniti a Mehser, villaggio turco “a tre fermate di metro” da Kobane.
Ma cosa porta Zerocalcare nei pressi di un paese in guerra? Nella prima parte del reportage le tavole cercano di rispondere a questo interrogativo elencando alcune delle ragioni più ovvie: il bisogno di capire e di fare informazione vera, lontana dalla disarmante semplificazione dei mass media, documentando quindi la vita delle persone, non solo il numero dei caduti e la tipologia delle armi impiegate; il desiderio d’essere riconosciuto come fumettista impegnato; il senso di giustizia nel difendere il Rojava, che indica una via di convivenza pacifica per tutto il Medioriente. Sveglio a notte fonda, sdraiato sul pavimento di una Moschea piena di rifugiati, volontari, staffette come lui e combattenti, Zerocalcare si chiede quale sia in realtà la ragione più vera e la più grande che lo ha spinto a partire, a compiere un viaggio che molti definirebbero una follia.
Ed ecco la risposta, a pagina 42:

“I cuori non sono tutti uguali. Si modellano, si sagomano, sulle esperienze. Come un tronco che cresce storto adattandosi a quello che c’ha intorno. E tutto quello che ha dato forma al tuo… Gli insegnamenti, le cose trasmesse, quelle che ti hanno fatto piangere, quelle che ti hanno fatto ridere, il sangue che ti ribolliva dentro e quello che ti hanno fatto sputare fuori. Ogni cosa. Oggi sta a Kobane”.


Se c’è una cosa che non manca in queste tavole, è proprio il cuore.
Di Kobane Calling si apprezzano anche l’humor, spesso incarnato nel Mammuth di Rebibbia, e la capacità di fare riflessioni complesse in una sintesi di poche pagine, senza pretese, senza la volontà di far cattedra, ma con una presa di posizione netta che alla voce grossa e al bigottismo cieco di certa politica oppone la forza dei fatti, della Storia.
La ricerca della verità raddoppia gli sforzi nel racconto del secondo viaggio, che ci porta, con qualche rocambolesca deviazione, tra i monti di Quandil e a Qamishlo, a Derik e poi a Kobane, una città in macerie, accompagnati tra gli altri da donne combattenti come Ezel, che porta con sé ancora il trauma dei mesi passati da bambina nelle carceri turche, e Nasrin, che ha perso un fratello e molti compagni. Lei, che ha addestrato tanti dei caduti, dice: “Abbiamo tutti dovuto vedere cose orribili in questa guerra. L’unica cosa che ci salva… è ricordarci il senso di quello per cui stiamo combattendo”. Non sono parole banali, se pronunciate al Cimitero dei Martiri di Derik, dove famiglie arabe, curde e assire, musulmane, cristiane e yazide, traggono conforto dalla reciproca vicinanza. Zerocalcare ci parla di una lotta che dura da quarant’anni. Un percorso comune ispirato agli ideali di Abdullah Öcalan per raggiungere una convivenza pacifica e civile dei popoli all’interno di uno stato laico, che non tenga conto di etnie e religioni, che non faccia differenze di genere e che lotti contro il sistema capitalista, in difesa dell’ambiente.
Alla fine di queste tavole in cui alla risata si alterna spesso la commozione, non si può rimanere indifferenti alle sorti del Rojava e del popolo curdo. È certo che con la sua opera Zerocalcare ha avuto il merito di gettare una luce sugli aspetti della resistenza curda più ignorati dai mass media.
Kobane Calling a distanza di tre anni si riconferma una lettura fondamentale e attuale.

Questa recensione è stata pubblicata nel n.75 de “La Salamandra”, rivista interscolastica ed universitaria di Treviso.

Commenti a caldo – Io non sono un albero: storia di un esilio persiano

Chiudo ora con un sospiro dolce il romanzo d’esordio di Maryam Madjidi. Quello che ho tra le mani è un libro dalla struttura molto particolare: racchiude in sé un misto di brani che sembrano gocce versate direttamente dall’otre della memoria, registrazioni, racconti in forma di fiaba, poesie

E’ in effetti difficile definirlo “romanzo”, in quanto somiglia più a uno zibaldone, le cui date si susseguono alla rinfusa, senza alcun rispetto della cronologia storica, ligie piuttosto nel loro collocarsi alla sequenza tematica. L’autrice narra della sua infanzia in Iran, degli anni difficili che seguirono la Rivoluzione, dell’esilio che strappò le radici della sua famiglia e tentò di ripiantarle – con grande dolore, sacrifici e molte difficoltà – a Parigi. “Io non sono un albero“, dice Maryam, che nella sua vita ha viaggiato sino ai quattro angoli del globo. Non è del tutto iraniana agli occhi dei suoi conterranei, né del tutto francese in Europa. Vive in un limbo difficile da abitare e da spiegare, un limbo che racchiude in sé il trauma della perdita di tutto ciò che lei aveva di più caro; ma con parole semplici e metafore poetiche Maryam scosta il pesante arazzo e rivela il sentimento puro, l’emozione feroce, la ferita sanguinante, il fantasma della lingua persiana che a lungo ha insidiato il rapporto tra lei e il padre, un rimpianto terribile. “Io non sono un albero” è una storia di crescita, d’amor patrio e d’amor letterario, di sofferenza e di conquista. A livello stilistico non ho molto apprezzato i dialoghi: sin troppo rivelatori della finzione, mi sono sembrate come citazioni che mal si incastrano con il puro atto della ricostruzione mnemonica. Mi ha affascinato però tutto il resto, specie per la sua capacità di trasmettere con estrema sincerità l’esperienza dell’autrice: da fragile ragazzina rifugiata in terra straniera, a donna padrona di sé, laureata alla Sorbona e con la valigia sempre pronta. Ammetto senza vergogna di aver fatto le orecchie ad almeno quattro pagine di questo libro, perché ci sono dei passaggi che sicuramente amerò tornare a rileggere.